Il paesaggio, la landscape architecture, l’urbanistica “landscape oriented” di cui parla Lisa Diedrich in un suo articolo su ‘Scape del 2008, sono termini che sempre più affollano le conferenze stampa di tecnici e politici, è il loro nuovo argomento di punta, il più contemporaneo e imprescindibile dopo le ormai gettonatissime sostenibilità, bio-architettura e partecipazione. Ma come ogni argomento importante che si rispetti è sulla bocca di tutti anche se pochi sono consapevoli di cosa significhi e di quale sia la reale e quotidiana, oltre che l’inconsapevolmente interattiva, incidenza nella vita di ognuno.

La sensazione è che a parte il boom mediatico degli ultimi tempi, l’architettura del paesaggio in Italia sia qualcosa di estremamente circoscritto in ambiti professionali specifici, poco permeabile con la vita della gente comune. Spesso viene chiesto cosa fanno gli architetti del paesaggio: giardini? Il nesso tra il loro lavoro e la forma dello spazio pubblico, la creazione di parchi urbani, il pensiero funzionale e formale applicabile ai margini cittadini, la capacità di interpretare le trasformazioni socio-culturali ed economiche in atto, per modellare le città e lo spazio semi-naturale in cui sono calate,secondo le nuove tendenze, non è conosciuto e nemmeno intuito.

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“Micropaesaggi”, Pajara, Fuerteventura 2015 (Serie di: Annunziata De Comite)

L’architetto del paesaggio per persone dotate di intuito e fantasia nel migliore dei casi è un giardiniere. Nulla di male in questo, certo, dal momento che è un ambito talmente vasto che comprende e parte spesso dalla necessità di una relazione con gli spazi aperti e di una conoscenza imprescindibile della materia vegetale. Ma scuole di paesaggio come quella di Barcellona, di Lisbona, di Parigi sono esemplificative della necessità di acquisire conoscenza multidisciplinare e capacità di interazione costante e depurata di ogni tipo di pregiudizio, tra discipline complementari anche se estremamente differenti.

Un po’ di responsabilità nel nostro paese certo ce l’hanno proprio loro, i paesaggisti, che non sempre sono consapevoli dell’estrema complessità della materia (spesso costretti dal mercato del lavoro a relegare la propria attività solo all’ambito del design dei giardini) e quindi in grado di comunicare l’importanza e le potenzialità di questo ambito progettuale e gestionale.

<<“Paesaggio” designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”>>.

Non si tratta perciò solo di giardini ma di percezione dello spazio ordinario, quello quotidiano, quello che è intercettato dalla vita di ciascuno, si tratta di soggettività, di persone che abitano e modificano, interagiscono tra loro e con la natura o con lo spazio “costruito”. Si tratta di un organismo in trasformazione e soggetto all’azione di ciascuno di noi, auspicabilmente con alle spalle la visione evoluta di chi ha il compito di descrivere linee guida e principi di queste trasformazioni in essere, per indirizzarle e generare progresso sostenibile e progetti di qualità.

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Waterfront lungo via Garibaldi, Taranto Vecchia 2011 (Foto: Annunziata De Comite)

In Italia però sono in atto due malintesi: uno di carattere politico amministrativo derivante dalla nostra pessima tradizione gestionale in termini di territorio e dalla priorità imperante che è la rieleggibilità degli amministratori piuttosto che le reali necessità di crescita e trasformazione del paesaggio, l’altro di carattere socio-culturale dovuto alla mancanza di applicazione di quelle “misure specifiche” descritte all’art. 6 della convenzione europea del paesaggio stipulata a Firenze nel 2000 (ormai quindici anni fa!) secondo le quali parole chiave sono anche: sensibilizzazione, formazione ed educazione.

Essi determinano da un lato immobilismo e stiticità nell’applicazione di approcci contemporanei alla progettazione, dall’altro la mancanza di miglioramenti nella conoscenza sul paesaggio e nella capacità di esprimere bisogni evoluti da parte delle popolazione.

Certamente i processi partecipativi introdotti come modello progettuale necessario all’ottenimento di risultati condivisi, vanno in questa direzione di coinvolgimento attivo della popolazione e di stimolo alla presa di coscienza per l’interesse comune.

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Fuerteventura, Museo de la sal 2015 (Foto: Annunziata De Comite)

Spesso, però, questi  non sono condotti da professionisti del settore e generano ulteriori necrosi concettuali e operative, lasciando credere che la partecipazione possa produrre progetti, senza avvalersi di paesaggisti, architetti e ingegneri, sociologi, economisti, eccetera, e che la conservazione di qualunque cosa esista già da più di un decennio, sia indispensabile e necessaria all’ottenimento di valore.

La carenza,inoltre, di esempi evoluti (anche in ambito architettonico) di trasformazione dello spazio pubblico, delle aree verdi cittadine, dell’interazione tra campagna e città, della forma delle infrastrutture e della loro relazione positiva con i paesaggi naturali, così come l’assenza di impegno nell’ambito dell’educazione al paesaggio e della creazione di generazioni consapevoli del paesaggio in quanto bene comune afferente alla loro vita e alla loro capacità immaginifica e trasformativa, determinano stasi e arretratezza, carenza di cittadini consci del loro ruolo attivo nella società, ma soprattutto della possibilità di trasformare il paesaggio senza consumarlo o distruggerlo.

Un paese, però, che alimenta questa confusione interpretativa sul senso del bene comune, che non crede nelle potenzialità della sua popolazione, che non investe nella sua crescita culturale e nella trasformazione del territorio, contando sul volontariato ogni giorno di più, è un paese che non può crescere o competere.

Non è un caso, quindi, che spesso l’ignoranza determini rifiuto del nuovo e pregiudizio sterile verso progetti inusuali nella modalità di esecuzione e nei risultati finali, spesso proprio da parte delle nuove generazioni. Non è un caso che la costruzione di una cartografia sui luoghi di fuga possa sembrare fumosa a chi  non ne comprende le potenzialità immaginifiche e di conoscenza dei valori collettivi contemporanei: l’architettura del paesaggio deve avvicinarsi alla vita quotidiana della gente, coinvolgerla senza lasciar credere che i bisogni siano traducibili soltanto in panchine o alberi; cartografare le emozioni della gente, la loro percezione soggettiva del paesaggio, la possibilità o meno di identificarsi in esso nella sua forma attuale sono strumenti molto potenti per conoscere dei luoghi usando arte, poesia, memoria, sogno, creatività invece che statistiche, numeri, tipologie di impieghi, quantità degli spazi verdi. Non un metodo migliore per proporre progetti attuali ma un metodo diverso che avvicina la gente al risultato finale senza pretendere che si improvvisino progettisti ma auspicando che siano cittadini attivi capaci di riflettere su se stessi e di essere aperti alle novità e alla conoscenza.