La Convenzione Europea del paesaggio ratificata a Firenze nel 2000 ha introdotto dei cambi epocali relativamente al significato di paesaggio.

Prima di tutto ha esteso il concetto di paesaggio anche ai paesaggi del quotidiano, ai paesaggi “ordinari”, quelli che fanno parte della vita di tutti i giorni; ha poi riconosciuto giuridicamente il paesaggio, del quale ogni cittadino ha diritto di godere per migliorare il suo benessere, la qualità di vita (anche da un punto di vista economico) sua e della comunità in cui vive; infine ha abbracciato un’attitudine attiva rispetto al tema della trasformabilità del paesaggio, con la volontà di indirizzare in maniera consapevole i cambiamenti spesso in atto su di esso in maniera assolutamente incontrollata. Questa visione multilivello del paesaggio come spazio culturale, sociale e politico, oltre che come “dimensione fisica” dei luoghi e delle azioni anche quotidiane, ne sottolinea la sua genetica dinamicità, il suo essere processo e non prodotto finito, la sua trasformabilità.

Marsiglia, Istanbul e Lisbona, tre città che si confrontano in un percorso attraverso il paesaggio ordinario invisibile che le accomuna. Tre città di confine e approdo nelle quali la “creolità mediterranea” in cui Edouard Glissant intravede un “futuro bello” per l’Europa, si spinge dal nostro mare verso frontiere apparentemente lontane e sconosciute che in esse si sintetizzano e divengono assonanti e familiari reminiscenze di luoghi e tradizioni, di memoria e sapori, di luce e pietra, di mare e sale.

Marsiglia, capitale europea della cultura 2013, città per la quale Izzo immagina una irrinunciabile cultura solidale, nella quale il valore sociale culturale e politico del paesaggio ordinario si manifesta nella continua ricerca di identità, rappresentatività e fluidificazione di uno spazio collettivo multietnico;

Istanbul, che minaccia di perdere la sua scommessa di equilibrio tra occidente e oriente, legata nell’immaginario alla triste e struggente malinconia di Pamuk dalle immagini in bianco e nero dei suoi ricordi familiari, si dimostra inaspettatamente estroversa e capace di gestire con semplice spontaneità orizzonti spaziali sconfinati e in continuo rapidissimo mutamento;

Lisbona, simbolo in Europa della crisi economica degli ultimi anni, che continua la sua longeva tradizione di ricerca in ambito paesaggistico, raccontando nelle sue strade assenze silenziose.

Il viaggio attraverso i paesaggio ordinari di queste città d’acqua, esplorando la dimensione immateriale delle trasformazioni, alla ricerca delle traiettorie sociali, sensoriali, spaziali invisibili, delle relazioni mentali e fisiche tra il paesaggio/osservabile e il paesaggio/percepito, ha prodotto una serie di scatti in cui, il legame tra il livello conoscitivo e interpretativo dell’osservatore e quello di coloro che si muovono nell’immagine dinamica, è imprescindibile. La scelta e la capacità trasformativa è nella contemporaneità del confronto tra loro, per cui lo sdoppiamento e la sovrapposizione dei due livelli di invisibilità che esprimono è il soggetto reale degli scatti.

In esso si racconta quanto sia imperfetta la pretesa di interpretare e rappresentare, secondo parametri puramente oggettivi, il paesaggio ordinario, nel quale la soggettività afferente alla percezione dei luoghi, alla memoria da parte di coloro che li attraversano e li vivono, li occupano e li trasformano anche solo scegliendo traiettorie d’uso costanti o nuove sacche di aggregazione temporanea, resta invisibile e solo parzialmente intercettabile attraverso un ulteriore passaggio soggettivo, quello di colui che sceglie di “congelare” proprio quel movimento in atto, quell’intuizione di una nuova traccia su un palinsesto stratificato negli anni. E’ in quell’illusione della cattura di un dato certo che si svela invece la dimensione conflittuale del paesaggio, la possibilità di mettere in discussione il sistema di valori che vengono ad esso attribuiti da parte di ognuno e si traduce il bisogno di rappresentare essenzialmente i processi di affermazione di nuovi paesaggi, la loro “tendenzialità”.

 

 

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ISTANBUL

 << Nessuno aveva mai saputo dire come e perché i cani fossero venuti a Istanbul. (…)

Quei cani tutti uguali anche se prodotti da mille incroci, gialli e spelacchiati con zampe corte, le fauci enormi e la coda morbida e ricurva, passavano la giornata accucciati in ogni vicolo, passo carraio, strada principale e secondaria della città antica, un occhio chiuso e l’altro pigramente assorto nel viavai circostante. Occorreva un turista per accorgersi della loro presenza o un nuovo abitante, (…). Per gli altri facevano parte del paesaggio, erano perfettamente inseriti nella loro mappa mentale del quartiere, tanto che se una notte fossero scomparsi nel nulla, avrebbero percepito solo uno strano cambiamento, e nove stambulioti su dieci non avrebbero saputo dire quali.>>

 Goodwin Jason, Il serpente di pietra.

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“Il nomade” scrive Jean Grenier, “considera l’oasi la terra promessa e la vita un alternarsi di faticosi vagabondaggi e ristori. L’oasi per lui è la città”.

Ho viaggiato così. Di oasi in oasi. Da Tangeri a Istanbul, da Marsiglia ad Alessandria, da Napoli a Barcellona. E ognuna di queste città con le sue stradine strette, tortuose, pullulanti di gente, mi ha offerto i suoi colori, i suoi frutti, i suoi fiori, i gesti dei suoi uomini e lo sguardo delle sue donne. Fino a che, un giorno, io potessi dichiarare come unica verità fondamentale: si, amo queste città mediterranee in cui ci si sente come trasportati.

Jean-Claude Izzo, Aglio menta e basilico.

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LISBONA

PROFUNDEZAS INCERTAS. PROFONDITA’ INCERTE. Esiste un mistero sotto la superficie dell’agire umano? Oppure gli uomini sono tali e quali ce li mostrano le azioni, così come esse si manifestano nella loro evidenza?

E’ una cosa davvero singolare, ma la risposta cambia in me a seconda della luce che cade sulla città e sul Tago. Se c’è la luce ammaliante di un radioso giorno d’agosto che genera ombre nette dagli spigoli vivi, allora il pensiero di una profondità nascosta negli esseri umani mi appare strano, qualcosa di fantasmatico, se si vuole anche toccante, una sorta di miraggio che si produce quando indugio troppo con lo sguardo sulle onde balenanti in quella luce. Se invece la città e il fiume stanno sotto una monotona cappa di grigio e di luce che non getta ombra in una ofsca giornata di gennaio, allora non è che l’espressione assolutamente imperfetta, anzi risibilmente inadeguata di una vita interiore nascosta a profondità indicibili che preme per venire alla superficie, senza mai riuscirvi in alcun modo.>>

Pascal Mercier, Treno di notte per Lisbona.

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Paesaggi ordinari invisibili

Il nomadismo contemporaneo

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